Ė stato a Eboli l’inizio di questa storia. Complessa, affascinante, senza barriere. Come il personaggio che ne è stato indiscusso protagonista in pieno Seicento. Lui, Matteo Ripa, era nato il 29 marzo 1682 proprio tra gli edifici antichi del centro storico
dove viveva la sua famiglia: il padre, Gianfilippo, che esercitava la professione di medico e poteva vantare nobili origini come barone di Pianchitelle, la madre Antonia Longo e tre fratelli. Già da giovanissimo, Matteo era entrato nella Congregazione Santa Maria della Purità, intraprendendo così il percorso di formazione che lo avrebbe condotto al sacerdozio il 28 maggio 1705. Per il suo primo incarico fu inviato all’abbazia di Farfa, nel Lazio, come direttore spirituale, ma il suo futuro missionario cominciò a delinearsi nel 1707, nell’ambito delle attività della Congregazione di Propaganda Fide.
In quel periodo, la Chiesa era alle prese con una situazione estremamente critica in Cina, dove la scelta di adottare “riti cinesi” (ovvero una liturgia adattata alla cultura locale) compiuta dai missionari Gesuiti, aveva suscitato una dura condanna da parte della Santa Sede. Questa, per riprendere il controllo della situazione, aveva inviato nel 1705 in Oriente come legato pontificio Maillard de Tournon. Proprio il giovane Ripa fu incaricato con altri confratelli di raggiungere il legato per consegnargli la nomina a cardinale da parte del Papa Clemente XI.
Era il 6 aprile 1708 quando Matteo si imbarcò con gli altri sacerdoti sulla nave “Donegal”, tutti rigorosamente in incognito, dovendo portare a buon fine una missione segreta e molto delicata. Il viaggio riservò loro diversi contrattempi e soluzioni decisamente avventurose, tanto da protrarsi per quasi un anno e mezzo, compresa una sosta di molti mesi a Manila. Fu dunque solo nel novembre 1708 che Ripa giunse a Macao, dove con i suoi confratelli scoprì che il legato era agli arresti domiciliari per aver violato un accordo tra la Cina e il Portogallo riguardante proprio le attività missionarie. La nomina papale non cambiò la condizione di cattività del legato, che morì nel giugno 1710.

Ma Kuo-sien alla scoperta della Cina
Nel frattempo, Matteo era arrivato a Canton, prima tappa del suo soggiorno in Cina, destinato a diventare la pietra miliare della sua vita. La sua prima destinazione fu la capitale, Pechino, alla corte dell’imperatore Kangxi, della dinastia Qing, dove erano bene accolti artisti occidentali, italiani in particolare. Lì si accreditò ben presto non come religioso, ovviamente, bensì sfruttando proprio un suo talento artistico come pittore e incisore. Ma Kuo-sien, questo il suo nome cinese, realizzò delle splendide incisioni su lastre di rame delle vedute e dei paesaggi del palazzo imperiale estivo di Jehol, in Manciuria, commissionate dall’imperatore in persona. Sua fu anche la carta generale dell’immenso impero cinese. Intanto, mentre si impegnava a conoscere a fondo usi e costumi della terra di cui era ospite, adottando uno stile di vita cinese anche nell’abbigliamento e nell’uso del mandarino, scriveva un diario, annotando tutto ciò di cui faceva esperienza e che osservava intorno a sé.
La presenza nel palazzo imperiale e la frequentazione della corte e dello stesso imperatore, tra l’altro, gli offrivano un punto di vista privilegiato sull’impero, sul suo governo e su tutto ciò che di rilevante accadeva in terra cinese. Un patrimonio di conoscenze e di informazioni che si rivelò estremamente prezioso al suo ritorno in Occidente, per comprendere la Cina nel primo ventennio del XVIII secolo. Quello stesso materiale, inoltre, insieme a una sua consulenza servirono per predisporre la bolla Ex quo singulari con cui Papa Benedetto XIV mise fine alla diatriba dei “riti cinesi”.
In Cina, nel 1719, aveva aperto una scuola destinata ai catecumeni e ai cinesi di religione cristiana, pur non riuscendo nel suo intento di diffondere tra i giovani locali il cristianesimo attraverso l’istruzione. Dal suo arrivo nel Celeste Impero erano trascorsi ormai dodici anni, quando nel 1723, dopo la morte dell’imperatore, decise di tornare in Europa. Affrontò il viaggio con un obiettivo preciso, facendosi accompagnare da quattro giovani cinesi di varie età, dai ventitré agli undici anni: Giovanni Battista Gu, Giovanni Evangelista Yin, Philippo Huang e Lucio Wu. Con loro partì anche e il maestro di lingua mandarina Gioacchino Wang. Dopo varie soste, tra cui Londra e Livorno, proseguirono per Napoli, approdandovi il 19 novembre 1724.
Il Collegio dei Cinesi nel ventre di Napoli
Fu nella città frequentata da ragazzo che Ripa realizzò il suo progetto di fondare un Collegio dei Cinesi, destinato alla formazione ecclesiastica di giovani orientali convertiti al cristianesimo. Per questo motivo, aveva portato con sé i ragazzi cinesi e il maestro Wang. Per la sede del suo Collegio acquistò nella zona della Sanità un palazzetto con annessa una chiesa. A ricordo di quella presenza, la salita che porta a Capodimonte si chiama ancora oggi Salita dei Cinesi.
Autore di un dizionario di lingua cinese, Ripa diede alle stampe nel 1732 in tre volumi una “Storia della fondazione della Congregazione e del Collegio de’ Cinesi sotto il titolo della Sacra famiglia di G. C. scritta dallo stesso fondatore M. R. e de’ viaggi da lui fatti”. Il Collegio, infatti, era stato riconosciuto in quell’anno, il 7 aprile, come Congregazione missionaria della Sacra Famiglia dal Papa Clemente XII e anche dall’autorità civile. Vi si formarono nel tempo diversi sacerdoti, poi tornati a diffondere il cristianesimo nel loro grande paese, e tra quelli si contano anche alcuni dei martiri cinesi proclamati tali dalla chiesa cattolica. Ma fu anche il primo e a lungo l’unico luogo in Europa dove era possibile apprendere il mandarino e la cultura cinese. A seguito di un accordo con la Compagnia di Ostenda, sostenuta dall’imperatore Carlo VI d’Asburgo per favorire i rapporti commerciali con l’Estremo Oriente e considerato che Napoli in quel periodo era parte dell’Impero Asburgico, si introdusse anche lo studio della lingua principale dell’India che, insieme al cinese, era funzionale alla formazione di interpreti per la Compagnia.
Matteo Ripa morì a Napoli 29 marzo 1746, ma il suo Collegio continuò ininterrottamente il suo lavoro nel grande complesso presso il Borgo dei Vergini, dove il fondatore lo aveva trasferito nel 1729, dandogli una sede adeguata al suo sviluppo, e dove rimase fino alla fine dell’Ottocento.
Dal Collegio dei Cinesi all’Istituto Orientale oggi “L’Orientale”
Sempre più noto come luogo di studio delle lingue orientali, unico centro di formazione per interpreti utilizzati dalle principali diplomazie del tempo, e accreditatosi anche come punto di riferimento culturale nella città di Napoli, fuori dalla sua originaria impronta religiosa, nel 1868 il Collegio dei Cinesi vide prevalere la sua finalità formativa e didattica nelle culture orientali con la riforma che portò a ribattezzarlo Real Collegio Asiatico. Un anno dopo, fu trasferito sotto il controllo diretto del Ministero della Pubblica Istruzione, mentre nel 1888 una nuova riforma cancellò completamente l’origine missionaria e la natura religiosa dell’istituzione, per farne il Regio Istituto Orientale, denominazione mantenuta fino al 1937.
Nel 1931 l’Istituto aveva preso in affitto parte dell’edificio rinascimentale in largo San Giovanni Maggiore noto come Palazzo Giusso, in origine palazzo Filomarino della Torre, acquisendolo interamente l’anno seguente, per farne la principale sede dell’Orientale nel 1934. A quel prestigioso acquisto seguì nel 1977 quello di Palazzo Corigliano, in piazza San Domenico Maggiore, a cui si sono aggiunte altre strutture nel centro di Napoli di pari passo con l’ampliamento e la costante qualificazione dell’offerta formativa di quella che con il nuovo secolo ha preso il nome di Università di Napoli L’Orientale.

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